Viene calato a tarda ora, da una finestra della casa dei novelli sposi. è quel famoso cesto di vimini con dentro tante strazzate. Ancora oggi, per chi partecipa ai matrimoni degli sposi aviglianesi è una consuetudine, specialmente per i giovani. Dopo il lauto pranzo nuziale e dopo il divertimento del ricevimento serale, gli irriducibili amici degli sposi si recano sotto casa della nuova coppia. Si appostano sotto la finestra che si affaccia su un cortile, o dov’è più comodo fermarsi, e con l’aiuto di chi sa suonare l’organetto, iniziano a cantare a squarciagola tarantelle e serenate, finché gli sposi non si affacciano. Il gioco può durare anche un po’ di tempo, perché la coppia si fa attendere volutamente, per accrescere negli amici il desiderio di assaggiare vino e strazzata. Dall’altra parte gli amici, con le voci a volte un po’ stonate, resistono pur di “ritardare” e “disturbare” l’intimità della coppia. Poi il momento fatidico arriva, spesso intorno alle due di notte: un cesto viene sceso con una corda dalla finestra, con dentro le bottiglie di vino locale e le strazzate; per non dire di quando i familiari degli sposi preparano addirittura piatti di spaghetti con aglio e olio e peperoncino. Un momento goliardico, quindi, di cui la strazzata è oggi il pretesto per tardare fino a notte fonda i festeggiamenti nuziali. Ma questo panino “speciale” si trova spesso anche nelle feste di compleanno, immancabile simbolo di gioia e di allegria. Al di là del consumo domestico, però, non è da escludere un’evoluzione moderna del mercato della strazzata: oltre alla sagra che ogni anno il 20 agosto affolla oltremodo la piccola frazione di Stagliuozzo, e alle feste patronali in genere, questo prodotto tradizionale merita un nuovo sbocco, come pub e paninoteche, dove far conoscere a un numero sempre maggiore di consumatori quel gusto unico, così pungente e saporito.
Sergio Gallo
Dirigente Area Sviluppo Agricolo Alsia
La storia

"Le nozze"
La strazzata, nella memoria collettiva, richiama immediatamente la festa, quella più corale del ciclo della vita: le nozze. Se si scava nella tradizione orale aviglianese, i ricordi della strazzata aviglianese rimandano subito alla gioia del cibo “speciale” per le occasioni speciali. Lo sguardo degli ultimi vecchi (custodi preziosi della nostra storia orale), ancora, si illumina e la memoria rinnova ricordi gioiosi e festosi, di un’età giovane, ormai lontana. La festa di matrimonio come ci ricorda Giovanni Battista Bronzini nel suo Vita tradizionale in Basilicata [1987], oltre ad essere l’avvenimento centrale nella vita della cosiddetta “civiltà contadina” era anche l’occasione d’incontri per nuovi e futuri matrimoni, inizio di un nuovo ciclo di vita.

Sino a 30 anni fa, quando le nozze si svolgevano in due giornate, il sabato per tutti gli invitati, grandi e piccoli, la strazzata era ancora uno degli alimenti più atteso, più gradito e più gustato. Atteso perché la strazzata, veniva preparata esclusivamente per quell’occasione, insieme ai “funucchiett” e ai “m’stazzuol”. Era servita a metà mattinata del sabato, nel primo “giro” de “i cumplimient”, a casa della sposa. In capienti cesti di vimini, la strazzata era distribuita agli invitati - convenuti a piedi o a dorso di asino dalle numerose masserie e contrade - dai solerti parenti della sposa, dopo essere stata imbottita di provolone podolico e/o di formaggio pecorino e prosciutto. Seguiva la distribuzione di fiaschetti di vino dolce e corposo di Acerenza o di Maschito, affidati solitamente a giovani coppie del parentado, quasi sempre nuovi fidanzatini che in quel modo annunciavano pubblicamente l’inizio di un possibile nuovo matrimonio.
La strazzata rappresentava la colazione fredda, servito dalla famiglia della sposa, con generosità, soprattutto, verso gli invitati dello sposo consacrando la nascita di un nuovo legame di famiglia, nella migliore tradizione del classico convivio. Il rito della distribuzione veniva ripetuto, verso l’ora di pranzo, a casa dello sposo, con ricambiata generosità verso gli invitati della sposa.
Le due famiglie, per i rispettivi invitati (tutto il parentado sino ai cugini dei genitori degli sposi, grandi e piccoli, maschie femmine), mettevano in campo ogni risorsa per ben figurare. Anzi vi era una vera e propria gara a fare meglio dei nuovi parenti. Era la prima occasione pubblica che le due famiglie avevano per dichiarare, non solo la condivisione incondizionata di quel matrimonio (provando ognuno a dare il massimo), ma era anche l’occasione per “dimostrare” che la propria famiglia godeva di una maggiore solidità economica dell’altra. E, in ciò, la strazzata giocava un ruolo fondamentale. Non solo le dimensioni del panino dovevano essere notevoli (non più di 5 per ogni focaccia) ma le imbottiture dovevano risultare le più abbondanti possibili e, soprattutto la quantità di pepe presente nell’impasto doveva essere tale da sentirne il pizzichio al palato ad ogni morso. Più pepe, tritato a grani grossi, significava sapore più intenso e per gli adulti (in particolar modo per i maschi) significava stimolo forte ad abbondanti bevute di vino fragrante. Quel vino che dal giorno dopo sarebbe stato del tutto assente nel loro magro pranzo di lavoro
La strazzata con il suo sapore acuto che “strazza”, lacera le pupille gustative, le sottopone a un pizzichio acuto e leggero che richiede, per addolcire il palato, un’urgente bevuta di vino, a piena bocca. Vino fresco, fatto scendere a fontanella, direttamente, dalla fiasca di ciliegio. Grande era il connubio tra strazzata e vino prelevato al momento dal secchio dell’acqua ghiacciata del pozzo o da quella della sorgente naturale sgorgante nei pressi dell’abitazione. Acqua che, come diceva Orazio, magistralmente tradotto in aviglianese da Andrea Mancusi, era quasi sempre fundana “spicchialenda cchiù r’ lu cristale” che m’rtaie “fiure nquantate e miere aroce” (O fons / Bandusiae splendidor vitro/ dulci digne mero non sine floribus) Q. H. Flaccus. Strazzata, lo spiega il suo stesso nome è un alimento particolare che conquista proprio per questo. Il suo gusto non è dolce, né grasso, non è amaro, né salato, o acido, aspro, astringente, secondo la classificazione che il grande Aristotele aveva stilato e definito già nel IV secolo avanti Cristo. Il suo sapore è “acuto ovvero pungente”, come lo aveva definito il filosofo ateniese.

